L’Italia è una paese caratterizzato da una antica e lunga tradizione scritta, di conseguenza la conoscenza della sismicità è resa possibile dal grande numero di documenti e informazioni sugli effetti che nel passato i terremoti hanno provocato nelle diverse aree geografiche della nostra penisola. Per ognuna sappiamo quanti terremoti si sono verificati, almeno nell’intervallo di tempo per il quale sono disponibili le informazioni e quanto sono stati forti. Questo è il primo passo verso la definizione della “pericolosità sismica”, la definizione di uno degli elementi necessari per valutare il rischio sismico di un territorio.

Negli ultimi 2500 anni il nostro Paese è stato interessato da più di 30.000 eventi sismici di media e forte intensità (superiore al IV-V grado della scala Mercalli) dei quali circa 560 di intensità uguale o superiore all’VIII grado (in media uno ogni 4 anni e mezzo). Solo nel XX secolo ben 7 terremoti hanno avuto una magnitudo uguale o superiore a 6.5 (con effetti classificabili tra il X e XI grado Mercalli).

L’Italia è dunque un paese ad elevata sismicità caratterizzato da aree nelle quali i terremoti avvengono spesso ma sono di bassa energia (come Colli Albani a Sud di Roma, area vesuviana, area etnea) e da aree dove i terremoti avvengono più raramente ma sono di elevata energia (ad esempio appennino calabro e Sicilia orientale). Considerando i terremoti fino al VI grado della scala Mercalli, che producono cioè solo danni lievi, tutto il territorio nazionale (a parte la Sardegna) è stato almeno una volta interessato da una scossa di questa intensità. Se consideriamo invece eventi di intensità superiore, non sono mai stati interessati il Piemonte, parte della Lombardia e dell’Alto Adige, la costa tirrenica dalla Versilia al Fiume Volturno, quella adriatica a sud di Ancona (escluso il Gargano) e il Salento.

La sismicità più elevata si concentra nella parte centro-meridionale della penisola – lungo la dorsale appenninica interessata da alcuni tra gli eventi più forti e distruttivi che la memoria storica ricordi. Nell’appennino centrale, ad esempio, i terremoti del 1349, 1639 e del 1703 hanno coinvolto territori estesi provocando danni anche nella città di Roma ed è ancora vivo, non solo in Abruzzo, il ricordo del terremoto che il 13 gennaio 1915 sconvolse la Marsica ed un vasto settore dell’Italia centrale. Nell’appennino meridionale nel corso dei secoli l’Irpinia è stata teatro di alcuni dei più forti terremoti della storia sismica italiana fino al più recente del 23 novembre 1980 che ha lasciato sul territorio ferite ancora oggi facilmente riconoscibili.

In Calabria e in Sicilia le conseguenze di eventi sismici come quelli del 1693, del 1783 e del 28 dicembre 1908 (uno degli eventi più forti mai registrati in Italia con magnitudo 7.2) sono di portata storica, avendo inciso profondamente sul tessuto sociale, sull’economia e sulla cultura delle aree coinvolte.

Tutta la catena appenninica del centro Italia quindi è ad alto rischio sismico ed è classificata Zona 1. Secondo il provvedimento legislativo n. 3274 del 20 marzo 2003 (aggiornato nel 2006), tutti i comuni italiani sono stati classificati in 4 categorie principali in base al loro rischio sismico calcolato secondo il PGA (Peak Ground Acceleration, ovvero il picco di accelerazione al suolo) e alla frequenza e all’intensità degli eventi.
Zona 1): sismicità alta, PGA oltre 0,25 g. Comprende 708 comuni
Zona 2): sismicità media, PGA fra 0,15 e 0,25 g. Comprende 2.345 comuni
Zona 3): sismicità bassa, PGA fra 0,05 e 0,15 g. Comprende 1.560 comuni
Zona 4): sismicità molto bassa, PGA inferiore a 0,05 g. Comprende 3.488 comuni.

Tra esse la zona 1 è quella di pericolosità più elevata in quanto si possono verificare eventi molto forti anche di tipo catastrofico. A rischio risulta anche la zona 2 dove gli eventi sismici, seppur di intensità minore, possono causare gravissimi danni. La zona 3 è caratterizzata da una bassa sismicità che però in particolari contesti geologici può vedere amplificati i propri effetti. Infine la zona 4 è quella che nell’intero territorio nazionale presenta il minor rischio sismico anche se sono possibili sporadiche scosse che possono creare danni di bassissima entità.

Gli scuotimenti sismici che da sempre hanno colpito tutto l’Appennino centrale e fatto sentire i loro effetti dal mare Adriatico al mar Tirreno hanno sollecitato il no-profit a fare squadra ancor più che nel passato con l’obiettivo di mobilitare tutte le poche risorse disponibili per fare di più, meglio e più in fretta.

Nasce così l’idea di costruire un progetto ambizioso e difficile: fare sistema e rete, in misura più ampia di quella del Festival delle Valli di Salto Turano Velino 2016, in occasione dell’edizione 2017. Il Festival come aveva unito tre valli nel 2016, poteva unire altre valli e montagne dell’Appennino Centrale interessate dai comuni problemi della sismicità e dell’abbandono ma anche dalle comuni opportunità di risorse e bellezze naturali.

Da qui l’iniziativa della prima edizione del convegno STORIA E ATTUALITA’ DEL RISCHIO SISMICO NELL’APPENNINO CENTRALE tenuto a Cittaducale il 12 maggio 2017 a conclusione del Festival, un convegno storico-culturale con lo scopo di promuovere iniziative volte a riflettere per valutare il grande e comune problema della sismicità dell’Appennino centrale